In Italia gli investimenti in ricerca e sviluppo risultano notevolmente più bassi rispetto alla media dell’Unione Europea. Nello specifico, come si evince anche da fonti della Commissione Europea in riferimento a parametri come l’innovation driver, l’Italia con uno 0,33 risulta un innovatore moderato rispetto al Regno Unito e alla Germania che raggiungono rispettivamente 0,57 e 0,59. A ciò si aggiunge un’ulteriore criticità rappresentata dal peso debole della ricerca privata, che presenta valori pari a quella pubblica. Infatti, secondo uno studio pubblicato dall’Economist, su un totale dell’1,1% di spesa in ricerca e sviluppo sul PIL, solo lo 0,5% viene erogato dalla ricerca privata. Osservando quanto avviene in Francia, ci accorgiamo che ci sono maggiori investimenti in ricerca e sviluppo pari al 2,2% del PIL: in sostanza il doppio di quello che si investe nel Bel Paese.

Proprio sull’antitesi degli investimenti in R&S si inserisce il libro della The Entrepreneurial State di Mariana Mazzucato, docente di Economia dell’Innovazione allo Spru (Science and Technology Policy Research) presso l’Università del Sussex, tradotto in italiano con il titolo “Lo stato innovatore”.

Lo scopo del libro è quello di affrontare una serie di luoghi comuni secondo i quali lo Stato sarebbe capace di soffocare l’iniziativa privata e di sperperare i denari pubblici, quindi si pone in netta contrapposizione all’ideologia neoliberale che afferma quasi in modo compulsivo “meno Stato, più mercato”, come se questa formula fosse l’unica via per tornare a una fase di sviluppo.

Secondo l’autrice lo Stato è un soggetto politico fondamentale nel favorire lo sviluppo economico, in quanto è il luogo dove vengono definite le norme che non solo regolano, ma producono il mercato. Svolge cioè un ruolo performativo dei comportamenti funzionali allo sviluppo capitalistico.

La differenza principale tra lo Stato ed il venture capitalist sta nel fatto che quest’ultimo non è interessato a finanziare l’innovazione tecnologica in quanto tale, ma solo alla possibilità di far crescere un’impresa per poi collocarla in borsa o venderla a un’altra società per ripagare l’investimento iniziale con l’aggiunta di una percentuale che rappresenta il suo profitto; lo Stato, come sottolineato anche dal titolo in inglese Entrepreneurial, è capace di assumersi un rischio, poiché favorire e guidare l’innovazione implica ovviamente l’assunzione di un rischio, perché non si può sapere prima quali saranno i risultati. “A differenza del venture capital, che è diventato sempre più impaziente (e speculativo), ovvero si aspetta di avere risultati positivi entro un arco di tempo che non supera i tre anni, lo Stato, ad esempio attraverso banche di investimento costituite ad hoc, può invece permettersi di essere paziente. Cioè di attendere più a lungo il ritorno sugli investimenti effettuati.”

Il settore pubblico è uno dei pochi attori del mercato che dimostra una visione ed una capacità di rischiare, è capace di fare investimenti pazienti che hanno una prospettiva di lungo termine; come sottolineava anche Karl Polanyi :”la strada verso il mercato era aperta ed è tenuta aperta da un enorme aumento in un continuo interventismo centralmente organizzato e controllato”.

La Mazzucato ha sottolineato nel suo libro che molte delle grandi innovazioni/imprese sono state possibili grazie al contributo della ricerca pubblica, cioè grazie allo Stato imprenditore. Alcuni esempi di successo sono quello della Apple che come sottolineato da Borje Johansson, membro della Accademia reale svedese, durante la premiazione del Nobel del 2007 a Albert Fert e Peter Grunberg, che sottolineava l’importanza della magnetoresistenza gigante per la società attribuendo l’esistenza dell’ iPod a questa grande scoperta scientifica. Inoltre la stessa Apple che ha acquisito l’applicazione basata sull’intelligenza artificiale Siri, figlia della ricerca e sviluppo finanziata dallo stato americano.

Ma il caso dell’Apple non è l’unico, anche l’algoritmo page rank è alla basa del colosso Google, sviluppato dall’università di Stanford, finanziato dal Pentagono; Il National institute of Health ha sovvenzionato la ricerca sul genoma umano; la Darpa, la Defense Advanced Research Projects Agency dai cui investimenti sono nati il Gps ed internet. Più recentemente lo stato americano ha investito 465 milioni di dollari in Tesla, casa californiana di auto elettriche, ma non ci sono solo casi di successo ma anche flop come Solyndra l’impresa sostenuta da garanzie pubbliche che doveva essere il modello della rivoluzione verde. Ma per ogni Tesla ci saranno 10 Solyndra.

Mazzucato ritiene che le tecnologie verdi finanziate con denaro pubblico saranno la prossima frontiera dell’innovazione: ad oggi l’esperienza europea è quella di sussidi alle energie alternative enormemente dispersivi e diventati insostenibili senza avere fatto fare avanzamenti tecnologici sostanziali. La KfW in Germania o la Banca cinese per lo sviluppo (Bcs) in Cina sono gli investitori più importanti nel panorama mondiale delle tecnologie pulite. Un intervento simile potrebbe essere effettuato dalla Cassa depositi e prestiti che dovrebbe seguire il loro esempio e sostenere investimenti di lungo periodo per un’innovazione ‘intelligente’ in aree ad alto rischio e alta intensità di capitale, dove il settore privato è restio ad avventurarsi.

Quindi servono “mission oriented investments” in aree nuove e ad alto rischio e distribuite sul territorio, ma anche quelle che favoriscono la creazione delle condizioni per l’innovazione, sviluppando l’istruzione e la formazione del capitale umano.

Lungo tutta la catena dell’innovazione, laddove il “privato” rifugge, lo Stato ha funzionato e funziona come imprenditore-guida, assumendo il carico dei rischi e delle incertezze. Rifiutare di ammettere quest’evidenza significa mettere a rischio l’innovazione.

Dani Rodrik, professore di Economia Politica Internazionale presso Harvard University, dice :” Per molti, lo Stato imprenditore è una contraddizione in termini. Per Mariana Mazzucato è una realtà e una condizione di prosperità futura.

È arrivato il tempo di questo libro”, può esserlo anche in Italia il tempo di vedere lo Stato non come quel soggetto che si assume il rischio d’investimento nelle nuove tecnologie?