Un termine che ormai si sta facendo strada nel nostro vocabolario è “Crowdfunding”, termine difficile da pronunciare, impossibile da tradurre, ma sempre più utilizzato. L’attenzione a questo fenomeno è dettata principalmente dalla ricerca di nuove forme di finanziamento (funding).
Il crowdfunding si realizza attraverso piattaforme digitali che permettono a chi ha un progetto sociale, creativo o imprenditoriale di raccontarlo – in alcuni casi anche con un video – e trovare sostenitori che possano partecipare economicamente alla sua realizzazione.

L’analisi delle esperienze porta a rivalutare l’altro costituente del termine: «crowd», letteralmente significa folla. Così tradotto tale termine potrebbe indurre in inganno, infatti la folla del crowdfunding non è una moltitudine di gente non differenziata ma è una rete di persone che mantengono la propria individualità ma si connettono tra loro e scambiano risorse per portare avanti un progetto di loro interesse. Quello che conta, allora, è studiare le caratteristiche di queste reti, dei nodi e dei legami che li tengono uniti e delle relative concentrazioni.

Le campagne di crowdfunding, poiché mettono in campo beni esperienziali, che possono essere valutati solo dopo l’acquisto, devono essere analizzate in un’asse cartesiano in base ai due assi alle cui estremità possiamo porre il focus sul prodotto e quello sul progettista. Secondo il primo asse (focus del prodotto) la campagna cerca di appassionare persone interessate al bene che verrà realizzato e che hanno interesse a divenire i primi acquirenti, si avvicina in un certo qual modo ad una sorta di prevendita. Nell’altro asse è il progettista che si pone al centro della comunicazione e chiede un sostegno per ciòche intende realizzare, secondo tale aspetto, quindi, il crowdfunding somiglia a una colletta. Tra questi estremi, le innumerevoli combinazioni tra esposizione personale e narrazione dell’idea progettuale, si sviluppal’intera varietà e specificità delle forme di crowdfunding.

L’elemento che fa la differenza è proprio la crowd o, meglio, la rete delle persone che decidono di attivarsi per sostenere il progetto. Anche in tale ottica le campagne si possono posizionare lungo un asse: da una parte legami bonding, dove il progetto consolida il senso di appartenenza a una community già esistente; dall’altra legami bridging, quando la campagna consente di costruire nuovi legami e creare una nuova comunità.

Quando la comunità è già esistente, la condivisione di una progettualità permette ai componenti della stessa di poter sperimentare nuovi ruoli, soprattutto in un’ottica di rafforzamento della partecipazione. Questo può essere il caso, per esempio, della campagna per il Festival del Giornalismo: la community è già forte ed ampiamente consolidata e quando è stata annunciata la chiusura della manifestazione, ha spinto i promotori ad aprire una campagna di crowdfunding. All’estremo opposto ritroviamo le campagne orientate alla costruzione di nuovi legami agiscono tramite broker, persone che connettono il progettista con sfere sociali fino a quel momento distanti, oppure puntano all’integrazione in community già esistenti. Un caso particolarmente interessante è Fabtotum, che avendo raccolto quasi 590mila dollari rappresenta oggi una delle campagne italiane di maggiore successo. Creata da due neolaureati senza reti professionali, ha raggiunto questo risultato perché la loro stampante 3D è stata realizzata secondo logiche open source e apprezzata dalla relativa comunità.

La loro storia è parte del racconto fatto da Michele Buono su Report  nella puntataStartup Stories

L’ultima dimensione che possiamo analizzare nel crowdfunding è quella dell’ancoraggio, che consente di collocare le campagne lungo l’asse locale-globale. Verso un polo ritroviamo progetti a livello locale, in quanto fruibili solo in presenza di uno specifico territorio. All’estremo opposto ci sono i progetti globali, in quanto la comunità di riferimento è guidata da interessi comuni che prescindono da limiti territoriali, culturali o linguistici.

Le piattaforme attualmente presenti in Italia presentano quasi tutte campagne locali, nonostante la presenza di circa 50 piattaforme, il valore complessivo dei progetti finanziati attraverso le piattaforme italiane è relativamente basso. L’ammontare è di circa 30 milioni di euro (a fronte di 5 miliardi di dollari a livello mondiale) ma va depurato dai 23,5 milioni del social lending che è una forma di prestito tra pari. Quindi solo poco più di sei milioni di euro è destinato al crowdfunding in termini più stretti e riguarda prevalentemente progetti sociali.

In conclusione il crowdfunding italiano si trova ad un bivio, deve cioè decidere se rafforzare il suo posizionamento continuando a spingere sul binomio locale/legami bonding oppure trovare una strada per muoversi in direzione di campagne con ancoraggio globale e legami bridging. Qualsiasi strada deve essere percorsa con efficacia per uscire dal guado.